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Vita, Vino, Visione: 25 anni con Elena Fucci
Da qualche anno seguo la mia passione per l’enogastronomia, un percorso che mi ha portato a scoprire storie straordinarie dietro a un calice di vino o a una goccia di olio EVO. In questo viaggio, ho avuto la fortuna di conoscere da vicino tanti produttori e ristoratori lucani, persone autentiche che ogni giorno mettono il cuore in quello che fanno.
Quello che mi spinge nel mio lavoro, in primis da curioso per natura e poi in qualità di Sommelier, non è semplicemente assaggiare un prodotto, ma raccontare cosa c’è dietro: le storie, le passioni, le scelte e anche le curiosità di chi lo crea. Perché ogni bottiglia, ogni sapore ha un’anima, e a me piace farla emergere. A un certo punto ho sentito il bisogno di dare un nome a tutto questo: l’ho chiamato Vitinerario®, una parola che racchiude il senso del mio cammino.
In un caldo pomeriggio di fine giugno 2025, mi metto in viaggio verso Barile, un piccolo borgo a circa 40 minuti da Potenza. Ad aspettarmi c’è Elena Fucci, enologa e anima dell’azienda vinicola che porta il suo nome. Elena mi accoglie con il suo solito sorriso contagioso e quell’energia innata che la contraddistingue. Ci conosciamo da tempo, ci siamo incrociati più volte nel corso degli anni, e non è la prima volta che metto piede nella sua cantina, un luogo dove la tradizione si fonde con una elegante modernità. Ci spostiamo nella sala degustazioni, tra le anfore che custodiscono il Titolo, il vino simbolo della sua produzione, per una chiacchierata tra storie, vino e territorio.
Diventare produttrice di vino non è stato un cammino semplice, soprattutto all’inizio. Il mondo del vino è esigente, selettivo, e farsi spazio tra i nomi che contano richiede sacrifici, determinazione e una visione chiara. La cantina di Elena nasce nel 2000 e oggi, a distanza di 25 anni, festeggia un traguardo importante. Un quarto di secolo può sembrare poco per un’azienda così affermata, ma il percorso che l’ha portata fin qui è stato intenso, fatto di scelte coraggiose e di tanto lavoro. Ed è proprio questo che rende Elena profondamente orgogliosa: aver costruito qualcosa di grande partendo da un sogno, senza mai perdere di vista le sue radici.
Il vino è nel DNA di Elena! Anche suo nonno faceva questo mestiere, seppur in un’epoca e con approcci molto diversi da quelli di oggi. E per emergere oggi non bastano solo impegno, costanza e investimenti; servono anche curiosità, apertura mentale e la voglia di viaggiare, di confrontarsi con il mondo. Perché se l’obiettivo è superare i confini della propria terra, bisogna saper guardare lontano. E poi, fare un buon vino non è sufficiente, bisogna anche saperlo raccontare, trasmetterne l’anima. E in questo Elena ha una marcia in più; comunicare il suo vino con autenticità è qualcosa che le viene naturale, come se parlasse di una parte di sé.
La storia di questa produttrice, dopo la laurea a Pisa, la porta a scegliere di ampliare i propri orizzonti con esperienze significative a Bordeaux e a Bolzano. Torna così a Barile portando con sé nuove idee e competenze. A supportarla in questa avventura c’è la sua famiglia, da sempre presente, e Andrea Manzani, ingegnere fiorentino con la passione per il vino, oggi lucano d’adozione. I due si conoscono nel 2011 a Firenze, durante una manifestazione dedicata al vino, e da quel primo incontro nasce qualcosa di più grande: nel 2015 si sposano, unendo vita e lavoro in un progetto condiviso che continua a crescere.
Dopo il grande successo dell’iconico Titolo, l’ultimo progetto in ordine di tempo si chiama Verha, una parola che in dialetto Arbëreshë, albanese antico, significa semplicemente “vino”. A dare il via a tutto è Andrea che in autonomia avvia un’operazione semplice ma che diventerà carica di significato: acquistare le uve da alcuni contadini della zona. Dopo un inizio un po’ turbolento, lui ed Elena decidono di crederci davvero e iniziano a produrre le prime bottiglie di rosso. Nasce così un progetto che Elena ama definire “sociale”, un modo concreto per sostenere piccoli viticoltori locali, non solo acquistando le uve, ma anche offrendo supporto nella gestione dei vigneti. Un gesto che va oltre la produzione vinicola, contribuendo a mantenere viva l’economia rurale e contrastare lo spopolamento che da anni affligge la Lucania.
La cultura arbëreshë è parte viva e profonda dell’identità di Barile, e il dialetto antico continua a essere parlato in diversi comuni del Vulture. Questa eredità culturale si riflette anche nei vini della cantina: oltre al Verha, c’è un altro vino che porta con sé un nome arbëreshë, SCEG, che significa “melograno”.
Restando in questo mondo di contaminazioni culturali e sapori autentici, non posso non pensare a un piatto che mi è particolarmente caro: Tumact me tulez (si pronuncia più o meno “Tumaz ma tugl’”). Elena mi spiega che si tratta di una ricetta di origini umili, tramandata nel tempo: tagliatelle fatte a mano con sola acqua e farina, condite con mollica di pane. Col passare degli anni, la ricetta si è arricchita con l’aggiunta di olio, pomodoro, acciughe, noci, aglio e prezzemolo, trasformandosi in un piatto che racconta la storia del territorio, della sua gente e della capacità di evolversi senza dimenticare le radici.
Quando parliamo del Titolo, il suo vino di punta, Elena lo definisce con una frase che racchiude tutta la sua filosofia enologica: “Un Aglianico del Vulture moderno, ma non modernista.” È una distinzione sottile ma profonda. Questo progetto nasce dalla volontà di interpretare il vitigno con uno sguardo contemporaneo, senza però tradirne l’identità.
I capisaldi di questa visione sono tre: acidità, mineralità e tannicità. L’acidità è intrinseca all’Aglianico, segno distintivo che ne garantisce longevità e freschezza. La mineralità, invece, è un dono diretto del suolo vulcanico del Vulture, che imprime al vino una nota sapida e profonda. E poi c’è la tannicità, croce e delizia del vitigno, che Elena lavora con pazienza e competenza, domandola senza snaturarla.
Le uve del Titolo provengono da un vigneto storico, posto a 600 metri di altitudine, dove le forti escursioni termiche estive e una resa contenuta per ceppo contribuiscono a concentrare aromi e struttura. A tutto questo si aggiunge un lavoro meticoloso in cantina: selezione degli acini, macerazioni brevi e un affinamento in barrique scelte con cura. È qui che entra in gioco la mano dell’enologa: Elena traduce ogni dettaglio in eleganza e finezza, dando vita a un vino che racconta il Vulture in chiave essenziale e senza compromessi.
Le chiedo, alla fine, cosa, in questi 25 anni di lavoro, l’abbia emozionata di più. Elena ci pensa un attimo, poi sorride e mi racconta dei suoi viaggi all’estero, spesso oltreoceano, tra Stati Uniti e Canada. Mi descrive con occhi brillanti le file, davanti ai winebar, di persone che aspettano con pazienza il loro turno per stringerle la mano e farsi firmare una bottiglia.
Ma l’emozione si fa ancora più intensa quando mi parla di un episodio particolare: nel 2023 riceve, del tutto inaspettata, una lettera dal Quirinale. È il Presidente della Repubblica a scriverle, per nominarla Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Mentre me lo racconta, negli occhi le si legge tutta la gratitudine e la fierezza per un riconoscimento che non è solo personale, ma simbolo di un’intera vita spesa con dedizione, amore e rispetto per la propria terra.
Luigi Chiera

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